John Hooper, corrispondente dell’Economist: così racconto al mondo gli Italians

John Hooper (foto Damiano Fedeli)

di Damiano Fedeli

“Non mi hanno mai chiesto tanti articoli dall’Italia come in questo periodo. L’Italia è stata il primo Paese dove il virus si è diffuso in Europa dopo la Cina e tutti volevano sapere che cosa stesse succedendo qua”.

John Hooper è il corrispondente dall’Italia e dal Vaticano per l’Economist, il settimanale inglese fra i più prestigiosi e letti al mondo. Le vicende italiane le segue da qui. Da un paio d’anni, infatti, abita a un passo da Fiesole (“adoro il mix fra città e campagna che c’è qui”). Oltre all’Economist, collabora con il Wall Street journal. Ha lavorato per varie testate, fra cui il Guardian e l’Observer. E ha una lunga carriera di corrispondente estero: Spagna, Italia, Europa del sud e bacino del Mediterraneo, ma anche Berlino ed Europa centrale. Ha scritto vari libri, fra cui uno – The Italians – dedicato a raccontare al pubblico anglosassone vizi e virtù del nostro Paese. Una chiacchierata con il giornalista inglese (“Ma al 50% sono irlandese e, quindi comunitario: la Brexit non mi tocca”, sorride) davanti a un aperitivo in piazza Mino fa capire molto sul nostro Paese da un’angolazione diversa. 

Dici che tutti hanno seguito che cosa succedeva in Italia. Ma forse tanti Paesi non hanno agito abbastanza tempestivamente, magari pensando che fosse una questione solo italiana. Un po’ come quando qui si liquidava il virus come cinese.
“È vero. Penso ad esempio all’Inghilterra: i medici erano in contatto con i colleghi italiani che li mettevano in guardia. Ma a livello governativo non c’è stata tanta comunicazione. In Inghilterra sono state fatte cose diverse e sbagliate, senza sfruttare il vantaggio di almeno due settimane che l’esempio italiano dava”.

Pensi che sia stato trattato con sufficienza perché visto come fenomeno italiano?
“No, non ho avuto questa impressione. Piuttosto, ci sono dei grandi punti interrogativi. Come mai il contagio si è concentrato tanto nel nord Italia? Molti si aspettavano che il virus avrebbe colpito maggiormente il sud, con un sistema sanitario più fragile. Forse, guardando anche ad altri casi come ad esempio i bassi numeri della Florida non toccata quanto New York, il fattore caldo sembra avere qualche influenza positiva”.

Ti ha stupito l’Italia per la sua disciplina?
“Forse ha stupito altri più di me. La disciplina degli italiani l’avevo già vista in altre occasioni, come quando ad esempio è entrato in vigore il divieto di fumare nei locali pubblici. Ne parlo anche nel mio libro: gli italiani si vantano tanto di essere individualisti, e lo sono per molti versi, ma sono anche capaci di fare qualcosa tutti insieme. In questo caso gli italiani si sono trovati d’accordo per fare qualcosa e in modo serio davanti a un pericolo. Gli sgarri sono stati minimi, quasi folcloristici. Qualcuno fa una battuta e dice che siccome è nell’euro l’Italia si è tedeschizzata”.

Gli italiani si vantano di essere individualisti, e lo sono, ma sono anche capaci di fare qualcosa tutti insieme

Seguire una pandemia dalla Toscana. Non ti sei sentito fuori dal centro?
“Sono stato in Lombardia all’inizio, quando si girava senza troppe precauzioni. Poi sono tornato qua e ho lavorato molto per telefono: non c’era nessuno fuori e non valeva la pena spostarsi. Mi è capitato di andare a Roma qualche volta, una per intervistare Di Maio. Da qualche settimana ho ricominciato a girare. In generale, non ricordo un momento in cui ho dovuto studiare tanto come in questo periodo. La ricerca medica, uno studio fatto qui o, che so, in Turchia, ha un’influenza mondiale”.

C’è qualcosa che ti ha colpito del comportamento degli italiani durante la pandemia?
“Sì, direi il buonumore. Una grande forza degli italiani è fare buon viso a cattivo gioco. È una qualità apprezzabile. Ed è stata molto evidente in questi mesi. Penso alle canzoni dal balcone”.

Trovi? A me pare invece che ci siamo stufati presto di cantare o di battere le mani ai medici dalle terrazze, rispetto a quello che si è visto negli altri Paesi…
“Ma gli italiani, e ne ho parlato sull’Economist trattando di pandemia e cultura, cantavano sui balconi già nel ‘500. A Milano Carlo Borromeo aveva organizzato processioni di penitenza. Ma a un certo punto ha pensato che sarebbero state occasione di contagio. Così ha chiesto di stare a casa. E la gente si è messa a cantare dai balconi”.

Il tuo rapporto con l’Italia è di lunga data. Quali sono state le tappe?
“Sono stato in Italia varie volte, la prima volta quando avevo diciotto anni come assistente di uno skipper che, diceva, contrabbandava senape di Digione. Nel 1994 ci sono tornato come corrispondente del Guardian: dovevo coprire tutta l’Europa meridionale. Ho fatto base a Roma per cinque anni. Poi mi sono spostato a Berlino. Nel 2003 sono tornato a Roma come corrispondente per l’Economist e per il Guardian, con cui non collaboro più dal 2015. A Firenze ci abito dal 2018: mi piace molto questo mix di urbano e rurale che c’è qui a Fiesole. Dove ho trovato persone molto accoglienti, anche se molti mi mettevano in guardia. Certo che di Italie ce ne sono tante: apri un menu a Firenze e, se sei di Roma, la prima volta non capisci niente”.

Stare in campagna con vista su Fiesole mi piace molto. La cosa che preferisco di qua è il mix di rurale e urbano che è perfetto.

Com’è che hai scelto di stabilirti qui?
“Ho vissuto per molti anni a Roma, anche se spesso in giro per l’Europa. E, devo dirti, la capitale non è rappresentativa di tutto il resto d’Italia. Volevo scapparne. Già dal 2016 insegnavo a Firenze al campus della Stanford university. Così ho deciso di stabilirmici. E poi da qui posso raggiungere le città del nord più facilmente, un’altra Italia ancora. E questo è un vantaggio. In questi giorni ad esempio devo andare a Codogno per un servizio: da Roma sarebbe un’impresa”.

Certo che il sud Italia è invece più difficile da raggiungere da qua…
“È vero, ma sai una cosa? Quando sono stato qui la prima volta negli anni Novanta per il Guardian, viaggiavo molto, dalla Turchia al Portogallo ma avevo la base a Roma. In quegli anni in Italia le storie da raccontare o erano a Roma o erano al sud. Ci si occupava molto di mafia, ad esempio. Da qualche anno si scrive meno di sud Italia e questo non è un bell’indizio per il Meridione. Le storie si sono spostate al centro, centro-nord. Sono andato altre volte in Sicilia, ma non tanto quanto prima”.

Oltre a lavorare molto, come hai affrontato il lockdown?
“Sono stato molto fortunato: abito sui terreni di una villa, così anche durante il periodo della chiusura ho potuto passeggiare senza uscire da casa. Essere in campagna con vista su Fiesole mi piace molto. Puoi essere in città velocemente e con la stessa rapidità esserne fuori. Per me è meraviglioso: d’altronde sono nato a Westminster a Londra e sono cresciuto un po’ in città e un po’ in campagna, nel Sussex. Mio padre era un disegnatore, mia madre si occupava di diritto. Abbiamo passato tutta la mia gioventù a fare traslochi…”.

Sul fronte dei media in Italia uno dei temi del momento è quello del gruppo Gedi, che pubblica fra gli altri Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, l’Espresso, oltre a una serie di quotidiani locali. Con l’arrivo in Gedi di Exor, la holding della famiglia Agnelli che ha assunto il controllo, a Repubblica le acque si sono agitate: il direttore Verdelli è stato licenziato e diverse firme hanno lasciato il giornale. Ma la stessa Exor ha dal 2015 il 43% delle quote anche dell’Economist…
“L’Economist ha una struttura societaria complessa che è stata pensata per mantenere l’indipendenza editoriale. Io devo dire che dal momento in cui Exor è entrata nell’Economist, non ho mai ricevuto nemmeno una telefonata dagli Agnelli. Interferenza zero”.

A proposito di Economist: voi giornalisti non firmate gli articoli. Come mai?
“Sì, sull’Economist i pezzi non sono firmati dai giornalisti. In questo modo è molto più facile fare un articolo realizzato da vari autori: quel servizio diventa la voce del giornale. Può accadere, ad esempio, che la linea di un articolo non sia condivisa da tutti quelli che hanno contribuito a realizzarlo. Ma così, senza firma, diventa un lavoro di squadra”.

Ancora sui mezzi di informazione. Ti sembra che durante questa pandemia le persone si siano affidate maggiormente a quelli tradizionali?
“Direi che si vedono due tendenze. Alcune persone, forse anche più di prima, credono nelle teorie, anche le più stravaganti, che trovano sui social. Dall’altra parte, chi vuole sentire voci di esperti verificati e analisi precise si rivolge alle testate giornalistiche credibili. Noi giornalisti abbiamo un problema nel non spiegare chiaramente al pubblico quello che è il nostro lavoro. Le persone pensano che sia come nei film tipo Tutti gli uomini del presidente, dove Robert Redford detta al telefono un articolo che va direttamente nelle rotative. Non è così. Quando scrivo per l’Economist il testo passa attraverso sette persone prima di andare in pagina. Una di queste è l’avvocato che, se pubblichi qualcosa di controverso senza averne le prove, non ti fa uscire il pezzo. La gente tutto questo lo sa? O pensa che un giornale sia come un blog dove scrivi quello che ti pare?”

Forse noi giornalisti dovremmo spiegare meglio al pubblico come funziona il nostro lavoro. Prima che un mio articolo venga pubblicato passa la revisione di sette persone. Ma le persone pensano che un giornale sia come un blog dove scrivi quello che ti pare

Nel tuo libro sugli italiani o quando racconti l’Italia sull’Economist ti soffermi molto spesso sulle parole della nostra lingua, cercando di far capire la mentalità del Paese attraverso di esse. Quali sono le parole di questa pandemia?
“Beh, direi, ‘assembramento’, che adesso si usa comunemente. E poi ‘congiunti’. Ne ho parlato in un articolo: pensa a quei poveri poliziotti che ancora devono interrogare chi viaggia insieme in macchina per capire se sono congiunti…”.

Già, le parole, la Crusca sostiene che abbiamo usato troppi anglismi in questi mesi. Come lockdown, ad esempio…
“L’italiano è una lingua melliflua, dolce. Ed è vero: gli italiani non sono come i francesi o gli spagnoli, che hanno un certo sciovinismo linguistico. Forse, ma è solo una mia ipotesi, lockdown suona più duro, impositivo”.

Che immagine si è avuta dell’Italia all’estero durante l’emergenza?
“C’è un generale apprezzamento di quello che ha fatto il Governo Conte, una visione del suo operato anche più positiva di quella che hanno gli stessi italiani. Si è preso in considerazione il fatto che l’Italia sia stato il primo Paese a essere colpito in Europa dal virus. E la mortalità per milione di abitanti alla fine è stata inferiore a quella inglese. Questo ha fatto pensare che gli italiani non hanno poi fatto male, alla fine. Il mio timore è che l’Italia, che non ha perso la guerra al Covid, possa perdere il dopo guerra. I fondi non ci sono. Con un debito pubblico così alto sarà una sfida difficile. E poi c’è troppa burocrazia nell’amministrazione dei fondi per la ripartenza”.

La crisi rischia di accentuare le disuguaglianze…
“Siamo tutti sulla stessa barca, ma anche così c’è chi viaggia in prima classe. In passato le rappresentazioni della danza macabra rappresentavano i ricchi e i poveri tutti uguali davanti alla morte. Anche se i ricchi, già in Boccaccio, potevano rifugiarsi qui a Fiesole per sfuggire alla peste. Le disuguaglianze ora rischiano di essere amplificate, a molti livelli. In un articolo ho raccontato la storia di una coppia di Livorno, lei cuoca, lui lavoratore del porto. Precari, quattro figli. Adesso si devono rivolgere alle associazioni di volontariato per ricevere pacchi alimentari. La maledizione dell’Italia viene dagli anni Ottanta. Devo dire che ho molta simpatia per i politici di oggi. Non sono stati loro a comportarsi in modo irresponsabile. L’Italia ha un avanzo primario (la differenza fra entrate e spese delle pubbliche amministrazioni, ndr) più virtuoso d’Europa. Non si sta spendendo tanto ora, ma si soffre per l’effetto dei debiti del passato, un’ingiustizia tremenda”.

John Hooper (foto Damiano Fedeli)