Benedetta, il medico fiesolano: “Qui al pronto soccorso, in trincea contro il virus”

di Damiano Fedeli
“Il lavoro è diventato incredibilmente stressante. Prima di entrare nell’area ‘sporca’, riservata ai pazienti Covid19, bisogna vestirsi con lo scafandro, una tuta che ti limita moltissimo nei movimenti. E dentro ci devi passare sette ore. Ieri non ho bevuto per tutto il tempo per non dover andare in bagno, perché altrimenti mi sarei dovuta togliere la tuta, che è un’operazione davvero laboriosa. È impermeabile e molto protettiva. Ci sudi dentro e quando la togli e arrivi nell’ambiente pulito, senti il sudore che ti si ghiaccia addosso. E ancora, dopo tutte quelle ore, le mascherine diventano fastidiose, ti si secca il cavo orale, ti si ulcerano le orecchie per gli elastici”. Benedetta Tirintilli, fiesolana, 49 anni, è medico al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano di Prato (nella foto sopra, nello scafandro protettivo per il reparto Covid). È fra quei medici che operano in quella che in questi giorni viene definita la “trincea” nella lotta al coronavirus. E racconta di quanto tutto questo, per i medici e gli infermieri, sia duro anche psicologicamente. “L’ultima notte che ho fatto ero contenta: su 23 tamponi fatti, i positivi erano solo cinque. La precedente, una settimana fa, dopo il lavoro tornai a casa e mi misi a piangere: 25 tamponi tutti positivi”.

Nella tuta ci passi ore. Decidi di non bere per non andare in bagno e dovertela togliere

L’emergenza nell’ospedale dove lavora non è salita lentamente ma è arrivata di botto: “dal niente sono cominciati ad arrivare tanti casi tutti insieme”, racconta. E così, dinamicamente, giorno per giorno, l’organizzazione interna si è dovuta riadattare. “Eravamo pronti fino dalla fine di febbraio, quando abbiamo cominciato a riorganizzare fisicamente i reparti”. I giorni dell’emergenza hanno però fatto cambiare in corsa i piani, in divenire. “La crisi è cominciata una decina di giorni fa, con l’arrivo delle prime polmoniti. Prima da fuori territorio, da Empoli, da Pistoia (il cui ospedale è andato in saturazione) e poi da Prato e Firenze”. La riorganizzazione, a Prato, ha fatto sì che il reparto di chirurgia, praticamente non esista più. È rimasta in funzione una sola sala operatoria per le urgenze. Per il resto, l’ospedale è stato riorganizzato in funzione dei pazienti Covid. Con un piano intero, il secondo, adibito a rianimazione, per quaranta posti (attualmente pieni per metà). È stato creato un reparto “bolla” dove i pazienti vengono isolati in attesa del tampone, per sapere se devono essere destinati all’area Covid. Sono arrivati macchinari e dispositivi di protezione per i medici, che inizialmente ne erano a corto. “La comunità cinese di Prato ci ha mandato tantissime mascherine e tute: è stato davvero un bel gesto. E devo dire che i cinesi di Prato sono stati bravi anche per un altro motivo: hanno fatto un autoisolamento da soli. Sono settimane, direi dal 20 febbraio, che in ospedale non si vedono cinesi. Hanno saputo fare una specie di scudo e il loro comportamento è stato un esempio per tutta la città. Tanti pratesi hanno capito meglio l’uso del pronto soccorso che prima veniva veniva usato come una sorta di ambulatorio del medico di base. Ora gli accessi di quel tipo sono crollati”.

Qui a Prato la comunità cinese è stata un esempio. Si sono autoisolati. E all’ospedale hanno regalato materiale protettivo per medici e infermieri

Che tipo di paziente affetto da coronavirus arriva al pronto soccorso? “Vediamo pazienti anziani (anche classe 1921, mi sono capitati), spesso affetti da malattie croniche. Sicuramente sono venuti a contatto con un portatore, a volte la badante. Purtroppo arrivano anche molti pazienti giovani. E paradossalmente i più gravi sono proprio i più giovani”.

Ci sono alcune caratteristiche che accomunano i pazienti Covid19: “Tutti lamentano tosse e stanchezza, hanno febbre alta; 38-39. Nessuno però accusa affanno, ed è una cosa strana. Mi sono sorpresa anche io: queste persone sono convinte di respirare bene. Quando però gli metto l’ossigeno, solo allora si rendono conto di quanto non respirassero bene senza. Evidentemente, siccome è da tempo che stanno così, anche più di dieci giorni, si sono un po’ abituate”. 

“Questo virus – prosegue – non a tutte le persone fa le stesse cose. La metà dei contagiati ha pochi sintomi, il 20% sviluppa una sindrome influenzale un po’ più grave, e il 30% una polmonite che in un numero non trascurabile di casi può portare in rianimazione”. Al nord Italia, in molti ospedali i medici sono stati costretti, come in guerra, a fare scelte drammatiche. “Qui a Prato fortunatamente no”, sottolinea la dottoressa fiesolana. “Al pronto soccorso arrivano adesso pazienti che hanno segni e sintomi da almeno una settimana-dieci giorni, dagli inizi cioè del decreto Io resto a casa dell’11 marzo, con la restrizione dei movimenti. A parte i nuclei familiari stretti, queste persone non hanno avuto una rete sociale. Quindi il contagio è rimasto in casa. Una volta che uno è positivo, scatta l’igiene territoriale. Ovvero i tamponi al nucleo familiare e la quarantena per tutti; inoltre si ricostruiscono i contatti. Tutte le volte che si manda a casa un paziente positivo in buone condizioni, gli diamo la restrizione, l’isolamento domiciliare”.

La cosa strana è che i pazienti non accusano affanno. Queste persone sono convinte di respirare bene. Solo quando le attacchi all’ossigeno si rendono conto di quanto stessero respirando male

“Lavorare in certe condizioni è stressante anche dal punto di vista emotivo. Muoiono le persone e i familiari non possano venire a visitarle. Anche le salme hanno una procedura completamente diversa, purtroppo. E non sono possibili i funerali, la cosa più triste. I pazienti che stanno bene riescono a comunicare col cellulare. Chi è molto anziano e non ha il telefono, è solo. E allora gli infermieri e i colleghi si danno da fare per far videochiamare a casa”.

“È così, è brutta. Per questo bisogna stare in casa”, spiega ancora la dottoressa Tirintilli. “Sì, state a casa e contenete questa malattia che non è una banale influenza. È un virus imprevedibile che potrebbe davvero rivelarsi letale. Ed è molto contagioso. I colleghi virologi diranno perché, che cosa lo aiuta così tanto a diffondersi nell’ambiente.  Per il resto, che dire?  Fra medici e infermieri non vediamo l’ora che la cosa finisca presto per festeggiare tutti insieme la fine di questo incubo ”.


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